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La Societologia è la scienza dei luoghi comuni, nasce infatti nelle piazze, nei bar, nelle sale d'aspetto, nei social network e in tutti i luoghi dove le relazioni umane intessono la loro collettiva e mutevole visione del mondo.

lacquacalda è un'osservatorio sulla salute sociale, tasta solo il polso, non prescrive medicine, non fa diagnosi, per cui è anch'esso sintomo di un male sociale: quello di voler parlare ad ogni costo anche quando non si ha nulla da dire.

La diligenza del buon padre di famiglia

"Chiunque non ha un buon padre
dovrebbe procurarsene uno."
Friedrich Nietzsche

Orfani di guide, di legalità, di cultura, di futuro, di certezza, di identità, di idee nuove, di ottimismo e di educazione  brancoliamo alla ricerca di un padre che bonariamente ci sculacci con una mano mentre con l’altra ci  offre le caramelle.  Siamo fatti così: sappiamo che nelle nostre vene scorre il sangue di una millenaria civiltà meticcia e poco incline all’ordine e alla disciplina, ma affezionata all’idea che ci sia sempre qualcuno pronto a levarci dai pasticci. Accettiamo anche di essere redarguiti severamente e l’umiliazione di una cinghiata sulle chiappe se poi a seguire c’è il perdono e il permesso di tornare a scorazzare in cortile con gli amici, fino alla prossima pallonata sul vetro dei vicini.
  In effetti  l’affettuosa severità del padre di famiglia è ciò che si avvicina di più a ciò che dovrebbe essere un capo ideale: fermo, affettuoso, disposto a comprenderci ma anche a indicarci la retta via, complice quando occorre e severo quando disobbedire può costarci caro, esempio e modello di vita da emulare, nella speranza di diventare un giorno genitori degni della stima e del rispetto dei nostri figli.  Quanti leader conosciamo relativamente vicini a questo profilo umano? Pochi. Forse nessuno.

Dobbiamo arrenderci all’evidenza che la maggior parte di persone che ricoprono ruoli di potere non posseggono i requisiti  che fanno di un uomo un capo. In molti casi,  le vie d’accesso ai vertici, seguono logiche ben diverse dalla semplice attitudine: possiamo affermare, senza offendere nessuno, che abnegazione, testardaggine, conoscenze, mirata ossequiosità, competitività, parentele e aspettative personali hanno un peso maggiore rispetto all’assertività, al carisma e purtroppo anche al sapere;  più l’organizzazione è  gerarchica  e particolarmente organizzata, più questo fenomeno è evidente. Ciò nonostante può capitare di trovare dirigenti nei quali convergono le doti del buon padre di famiglia e solitamente tutto l’organico beneficia in modo evidente di tale stile di comando.

L’argomento leadership meriterebbe una lunga trattazione, molte precisazioni e alcune premesse prima di addentrarci in modo spavaldo in un terreno così complesso, ma spero che mi perdoniate le necessarie semplificazioni dovute sia allo spazio sia alla paura di annoiare:  uno storico studio di Kurt Lewin[1] descrive come nei gruppi formali o informali emerga  spontaneamente la figura di un leader riconosciuta e implicitamente  incoraggiata dai membri  a svolgere il ruolo di guida, le caratteristiche di tale individuo coincidono con quelle sopra riportate relative al buon padre di famiglia, tali qualità si riassumono con il termine di autorevolezza, ossia la capacità di guidare, unire, incoraggiare, mediare i conflitti, coinvolgere e coordinare il gruppo, garantendo equilibrio e   stabilità,  meritando rispetto e credito grazie alla propria personalità e condotta.  Come già detto tale figura non coincide necessariamente con il leader istituzionale, ossia con colui che sulla carta detiene effettivamente il potere decisionale.
  La storia dell’organizzazione del lavoro sottolinea  come il fattore umano sia coesistito parallelamente alle esigenze strumentali,  alienanti e fredde, imposte dalle rigide esigenze del profitto e della produzione, permettendo alle persone di tollerare lo stress, moderare l’ostilità, intessere relazioni di mutuo aiuto, sostegno e coalizione al fine di “sopravvivere emotivamente” in contesti molto ostili all’espressione di sé e della propria individualità. Se consideriamo che in tali ambienti passiamo la maggior parte del nostro tempo, comprendiamo come tali dinamiche siano vitali alla sopravvivenza psicologica dei lavoratori. Nel caso in cui un contesto lavorativo non gode dei servizi di un buon leader, il gruppo tende ad eleggere al suo interno una figura che ne faccia le veci, chiaramente tale figura non possiede lo  stesso potere del leader formale, ma in molti casi può determinare l’andamento del clima aziendale e anche della produzione, in modo più significativo della dirigenza ufficiale. Quasi sempre tali persone, una volta individuate dal re Giovanni della situazione, vengono immediatamente neutralizzate, in quanto ritenute pericolose e destabilizzanti.
 La storia della Sociologia del Lavoro racconta anche di quanto breve e mutilata sia la vita e la prospettiva economica delle aziende che adottano la frusta, il dividi et impera, il ricatto e capi eccessivamente autoritari come formula di gestione delle risorse umane; al contrario,  una  leadership conforme al nostro “buon padre di famiglia”,  sia in politica che nel mondo del lavoro, tende a raggiungere in modo più efficace gli obbiettivi, a mantenere coeso il gruppo e a gestire efficacemente sia le crisi che i conflitti: è colui che anche nella bufera, se proprio non riesce a salvare la nave, almeno salva i passeggeri; al contrario osserviamo  sempre più spesso    navi in preda alla burrasca e destinate  alla deriva, piene di capitani che brindano con champagne scaduto, aspettando di affondare o di morire di fame appollaiati su uno scoglio, continuando a ripetersi che si è naufragati per colpa dei passeggeri che hanno intasato i water con la carata igienica.

Un padre prima di punire insegna e punisce solo dopo avere perdonato, perché sa che è sempre complice e responsabile dell’errore del figlio  e che l’esempio vale più delle parole, sa che nei periodi difficili tutta la famiglia deve sacrificarsi ma l’affetto, l’ascolto e il rispetto non si sacrificano mai, anzi, li si serve a tavola al posto della bistecca; un buon padre di famiglia (potrebbe essere anche una buona madre di famiglia, non cambia nulla),   insegna ai suoi figli a superare i pregiudizi  e le discriminazioni, perché sa che solo così saranno persone libere e capaci di scegliere da sole, un buon padre di famiglia sa che regalare il giocattolo per farsi perdonare la sua assenza, porterà i suoi figli ad amare troppo le cose e poco le persone, il buon padre di famiglia è il leader che tutti vorremmo e non abbiamo e che tutti vorremmo essere e non siamo perché,  in effetti,  quanti  padri conosciamo relativamente vicini a questo profilo umano? Pochi. Forse nessuno.
Elena Pascolini  



[1] Lewin K.(1948), I conflitti sociali. Saggi di dinamica di gruppo, Franco Angeli, Milano, 1972

Le indiscutibili doti del cashmere

Molto spesso chi ci da ragione ha torto

Nonostante abbiate cambiato albergo, località e periodo delle vostre ferie, inspiegabilmente e disgraziatamente  l’astronomo che vi rovinava le nottate stellate ha fatto la stessa cosa e per una bizzarra coincidenza ve lo ritrovate lì: nella sdraia di fianco la vostra a bere moijto e a guardare il cielo a bordo piscina[1].
Complice una leggera perturbazione le stelle non si vedono e tale circostanza vi obbliga a parlare d’altro, tipo del tempo, del fatto che fa più freddo del solito e che per fortuna avete in valigia un maglioncino di cashmere e che guarda caso anche lui ha il maglioncino di cashmere in quanto intramontabile e necessario elemento del guardaroba, pressoché immortale, mai demodè e sempre pratico e versatile.
Siete riusciti a scambiare una breve conversazione con l’odiato scienziato e soprattutto avete parlato la stessa lingua, vi siete trovati concordi e avete anche scoperto di avere in comune una certa simpatia per le capre pakistane e il moijto. Questo piccolo miracolo è successo grazie al luogo comune nel quale vi siete incontrati.
Il luogo comune, non è solo  l’albergo  che per una strana convergenza vi ha fatto ritrovare, nel significato traslato è il tempo freschetto e le indiscutibili doti del cashmere, ossia quell’argomento che vi ha permesso di comunicare, nonostante l’abissale differenza che credevate vi separasse.
Dunque il precisissimo  astronomo è assolutamente capace di generalizzazioni e semplificazioni, all’occorrenza può discutere  anche  di come salvare l’ Italia semplicemente togliendo l’IMU o abbassando il costo del lavoro, a patto che non lo faccia con un economista.

Parlando proprio con il nostro amico astronomo avevamo considerato come gli stereotipi e i luoghi comuni si sfaldino e cedano in virtù di una maggiore consapevolezza e una migliore conoscenza dei fenomeni , ma è grazie alla superficialità e all’approssimazione che riusciamo a trovare una base comune  attraverso la quale creiamo relazioni con gli altri e interpretiamo il mondo; dunque, questo “pensiero leggero” che ci permette di disquisire su fatti sociali, economici, politici è un bene o un male? Come tutte le cose, mi si perdoni il luogo comune, è sia un bene che un male, dipende dall’utilizzo che ne facciamo. Il bene sta nel fatto che l’uomo è un essere sociale e in quanto tale comunica e si relaziona con il suo prossimo condividendo  un universo di concetti comuni, lo stesso termine comunicazione implica questa necessità di unire i  significati e  parteciparli con gli altri. Cosa accadrebbe se ogni tentativo di comunicazione fosse intercettato da un tecnico dell’ argomento e  svolto su un piano di analisi e approfondimento accademico? Possiamo lamentarci dell’assenza delle mezze stagioni con un meteorologo?
Il sapere collettivo, il dialogo di massa, gli stereotipi, l’opinione pubblica, la partecipazione agli eventi e alla evoluzione del mondo  sono il risultato di un passaggio dallo specifico al generico,  una sorta di imbuto dove l’origine dell’informazione è densa e copiosa e la sua composizione finale è invece molto più filtrata, povera e sintetica. Ciò permette alle persone di parlare di medicina senza essere medici, di talee senza essere giardinieri, di religione senza essere teologi e di omicidi senza essere poliziotti della scientifica.  I media accelerano e agevolano costantemente questo flusso e questa sintesi, soprattutto nell’ultimo trentennio in cui abbiamo assistito ad una incredibile moltiplicazione degli strumenti di diffusione dell’informazione, parleremo meglio di questo fenomeno e delle sue precise conseguenze  prossimamente, ora  ci basti sapere che tutto ciò che abbiamo fin ora descritto serviva a immaginare cosa accade nel caso in cui dovesse avvenire un inversione di questo flusso informativo, ossia se dal generico, dalla rappresentazione sociale di massa,  si generasse lo “specifico” definito non tanto dal contenuto, che resterebbe appunto superficiale ed edulcorato, ma dalla fonte: a dirci in modo forfettario, disarticolato, superficiale, degradato,  approssimativo, stereotipato e alle volte anche errato, come deve andare l’economia, cosa deve scoprire la scienza, come si deve combattere la disoccupazione, come ci si deve comportare, chi si deve votare, cosa si deve leggere, cosa bisogna disprezzare,  non è più il nostro vicino di caffè al bar ma una figura istituzionale o meglio, un soggetto che si traveste da tale.

Ecco qual è il lato negativo della faccenda, il male sta nella strumentalizzazione e nella cattiva fede di chi ripete ciò che dice il popolo per parlare al popolo, emula il luogo comune con il preciso scopo di innalzare concetti che dovrebbero stare in basso, solo per dare l’illusione alla massa di pensare il giusto. 
La massa quasi mai pensa il giusto, se mai pensa il collettivo, pensa ciò che è più semplice pensare, pensa  il significato più vicino alla sua necessità di rimanere per l’appunto massa. 

La cultura e il suo equivalente, ossia lo spirito critico, sono le chiavi di accesso ad un certo individualismo che contraddistingue proprio chi si affida a questi strumenti: chi aspira al potere e a governare i popoli osteggia da sempre  chi si ostina a pensarla a suo modo e da sempre cerca i migliori mezzi per assicurare una certa omologazione che garantisca stabilità e faciliti ogni sorta di decisione centrale, in quanto la si fa passare per decisione “democratica”. L’illusione più meschina che la storia ci ha offerto è quella di far credere alla massa di essere un elite, confondendo volutamente il concetto di   democrazia con quello di  demagogia.
Chi aspira al potere non è colui che aspira a garantire la democrazia, sono due personaggi molto diversi, il secondo è quasi sempre più antipatico e meno popolare, il primo ci rassicura perché ci somiglia e ci da ragione, anche quando esprimiamo desideri impossibili davanti ad una stella cadente.

Immaginiamo che il cielo sia  tornato sereno e che ci offra lo spettacolo meraviglioso di una luna gigante , come alle volte capita di vedere e immaginiamo di condividere il nostro stupore  con l’amico astronomo:
-        - Guarda che roba, sembra che ci cada in testa!
 e l’astronomo: -  Dio mio!  Cosa aspettiamo, scappiamo tutti!!!

Elena Pascolini


Donne e tabù

Non dalla ricchezza nasce la virtù,
 ma dalla virtù deriva ogni ricchezza e ogni bene,
 sia per l'individuo che  per gli stati.
 (Platone)

Perché nessuno si preoccupa di togliere gli anelli dal collo delle donne giraffa Kayan?
Mi riferisco a quelle tribù di origina birmane che trovano attraente deformare il collo  delle bambine tramite un’impalcatura di anelli, che se in età adulta dovesse essere tolta, causerebbe la morte dei soggetti a causa dell’impossibilità delle vertebre di sostenere la testa,  con conseguente uscita di midollo osseo dalla colonna cervicale:  abbastanza raccapricciate per essere solo una pratica estetica.
In effetti il mondo umano non marcia alla stessa velocità e soprattutto non condivide gli stessi valori e principi; solo alcuni, probabilmente strettamente legati alla sopravvivenza, risultano universali, mentre molti altri sono assolutamente tipici e peculiari di alcune civiltà: questa è la principale ragione per cui si parla di Occidente , Mondo Arabo,  Oriente e un vago Terzo Mondo costellato di tribù primitive e società che arrancano per conquistare un po’ di benessere, spesso a stampo occidentale.
La cultura è l’insieme degli strumenti astratti e concreti attraverso i quali le civiltà controllano, spiegano, e normano il loro mondo: una sorta di bussola e nave che indirizza e muove le azioni di individui che si riconoscono all’interno di una stessa  rotta.  Tali strumenti originano da numerosi fattori, molti dei quali riguardano regole che servivano soprattutto all’igiene, alla salute, al controllo del territorio, dei beni e degli individui: circondare il collo dei bambini con anelli di ferro difendeva dall’aggressione di belve e aumentava la possibilità di sopravvivenza, nel tempo si perde la memoria della funzione e rimane l’aspetto tradizionale che diviene distintivo di un popolo e dei suoi criteri di giudizio.
La cultura, oltre che un’ origine, un contenuto, una funzione e un modello di appartenenza ha anche una “velocità”  che è proporzionale allo sviluppo tecnologico ed economico e alla permeabilità e contaminazione con altre culture che risultano dominanti; la dominanza è data quasi sempre da un maggior potere in termini di capacità di sottomissione degli altri: significa che non vince la cultura “migliore” ma quella che riesce ad imporsi meglio, spesso attraverso la forza, la guerra, la dominazione e l’addomesticamento, un classico esempio è quello delle tribù autoctone e tendenzialmente pacifiche, ridotte in schiavitù, sterminate e infine conservate in riserve da invasori che, alle volte, avevano modi molto più barbari e primitivi. Non fosse stato per le armi ed il numero, la cultura dominante sarebbe stata quella che si era evoluta in accordo con il territorio e le sue risorse.
Altra faccenda che divide gli antropologi è l’esigenza, per lo più da parte della cultura dominante, di “conservare” i rimasugli dei popoli che hanno in parte devastato, spesso, paradossalmente contro la volontà stessa dalla minoranza, che aspirerebbe ad acquisire usi, costumi e benessere degli invasori e non essere da questi costretta cibarsi di bacche, cacciare con primitive asce e ad abitare  capanne di fango, quando a pochi chilometri da loro vivono persone con la macchina e la tv satellitare.
Questo è il motivo per cui nessuno mette bocca sulle donne giraffa Kayan:  perché  l’aspetto folcloristico, la curiosità e la pretesa di conservazione di usi e costumi primitivi, al fine documentaristico e di salvaguardia, è per noi più importante dell’ imposizione di valori etici e  morali  a difesa del diritto e della salute dei singoli soggetti. E’ anche tragicamente vero che sollecitare la marcia culturale di popoli che vivono in altri contesti, alle volte, genera ibridi che risultano addirittura disfunzionali e disadattavi rispetto alle condizioni di vita.
Noi Italiani, che abitiamo un territorio già in origine spaccato in quanto a usi e costumi, abbiamo subìto nell’immediato dopoguerra, una violenta accelerazione del progresso e della ricchezza procapite, a cui non ha fatto seguito una naturale evoluzione degli usi e dei costumi, anzi, da un certo punto in poi si è resa necessaria una battuta d’arresto che ha abbassato la qualità del sapere, per uniformarlo ad una popolazione che non ha fatto di necessità anche virtù. Manchiamo di un indirizzo etico e morale condiviso, ci spacchiamo di fronte a questioni quali le discriminazioni di genere, arrivando a paradossi di inciviltà arcaica tali da negare che il fenomeno esista e sia allarmante, così come deleghiamo alle stesse donne la difesa dei loro diritti, accentuando ancora di più stereotipi e differenze di genere. Le donne non devono scendere in piazza contro il femminicidio, contro le violenze private e pubbliche, contro le disparità sul posto di lavoro, contro la violazione dei diritti più banali e scontati che un essere umano occidentale deve possedere, non è una cosa che devono risolvere le donne il fatto che altre donne vengono ammazzate per futili motivi: è un fatto di civiltà, è un fatto che riguarda tutti e che deve scandalizzare e muovere le coscienze, soprattutto degli uomini.
In effetti dovrebbero essere gli uomini della tribù dei Kayan a non trovare più attraenti le donne con il collo lungo per permettere alle stesse di liberarsi dal collare, così come dovrebbero essere gli uomini che detengono il potere negli ambienti di lavoro a non commettere abusi o discriminazioni di sorta, sempre gli uomini dovrebbero essere coloro che tutelano, difendono e proteggono la maternità in quanto bene comune, in quanto loro stesso bene, in quanto loro stessa origine; le donne dovrebbero invece avere il tempo di educare i loro figli, fin dalla nascita, al rispetto e alle buone maniere,  intese come quelle norme di comportamento condivise che guidano le azioni di un popolo e determinano in modo decisivo cosa è giusto e cosa è sbagliato, con il risultato che, chi  devia, è punito, non solo dalla legge, ma da una gogna sociale che non perdona, riconducendo alcune azioni al concetto di tabù, inteso come gesto, idea, azione inammissibile e proibita sia dal profondo dell’anima dell’individuo che da un sentire comune.  Ciò a cui assistiamo è invece un processo inverso, in cui si tenta di cambiare la cultura attraverso la  persuasione e la divulgazione, suscitando inconsapevolmente l’idea che sia possibile aderire o meno a un movimento, protesta o ideologia, o arrivando all’assurdo di fomentare differenze e antagonismi inesistenti, fino al terribile fenomeno dell’emulazione (ultimamente si è visto come, di caso in caso, gli atti di uxoricidio, alternativi al divorzio, si stanno perfezionando grazie all’attenzione morbosa e dettagliatissima che i media riservano loro). L’aderenza a determinati valori non è una questione di femminismi, di associazionismi, di comitati, di ideologie e di pubblicità progresso ma è una condizione privata, individuale e indiscutibile, imprescindibile dal proprio repertorio etico, coltivato nel domestico quotidiano e non delegabile alla protesta di piazza. Ecco il paradosso in cui si cade quando un popolo non ha una cultura condivisa: si crea l’assurdo che determinati assiomi siano tipici di  una categoria e non dell’intera comunità, quando in effetti non c’è una possibilità di scelta, non c’è un’ opzione, non esiste l’alternativa di aderire o meno alla lotta per i diritti umani ma esistono i diritti umani e vanno rispettati. Questa sarebbe stata la naturale evoluzione della nostra società, se fosse progredita più uniformemente, senza fretta, senza la necessità di somigliare subito, il prima possibile, a quell’Occidente di cui rappresenta, in effetti, la terra di confine: avremmo avuto il tempo di abbandonare la civiltà patriarcale, non solo nelle apparenze, ma anche nella sostanza, saremmo riusciti a capire che un figlio maschio non va protetto e accudito più di una figlia femmina, che essere suocere significa innanzi tutto solidarietà e aiuto, che essere padri significa rappresentarsi in famiglia con gli stessi diritti e doveri di una madre, che l’essere madre significa avere innanzi tutto la possibilità fisica, temporale e morale di esserlo, che essere donna significa essere una serie di cose molto complesse, tanto quanto l’essere uomo,  ma che, su tali differenze si fonda la nostra specie e la nostra naturale forza di aggregazione e non un inesistente antagonismo anti evolutivo e anti sociale.

Siamo ad un traguardo che purtroppo non vede vincitori ma solo una civiltà stanca e impoverita di tutti i suoi princìpi, tranne quello di correre verso la ricchezza e l’accumulo di beni; fallito anche questo proposito, ci resta poco: una cultura logora, arrivata al capolinea senza neppure meritarsi una riserva nella quale conservare quattro tradizioni per turisti, del nostro passato resta solo la confusione storica di un territorio  frantumato e il nostro futuro è durato talmente poco da  non averci dato il tempo di capire chi eravamo e se potevamo essere qualcosa che condividesse almeno lo stesso presente.
 E’ possibile che per tentativi, e non per saggezza, si arrivi alla scoperta dell’acqua calda  e abbandonata l’ultima utopia italiana del tiranno patriarcale che ci salva tutti, si torni a capire che spesso la soluzione sta semplicemente nel togliersi gli anelli dal collo, perché di belve non ce ne sono più, le abbiamo sterminate tutte, e i nostri principali nemici siamo solo noi stessi.

Elena Pascolini


Un astronomo in azienda




Più lontani si va e meno ci si avvicina alla verità.
Per questo l'uomo saggio pur restando fermo  arriva.
Lao Tzu

Maggiore è la distanza da un oggetto e minore è la nostra capacità di coglierne dettagli e qualità. Quando guadiamo un cielo pieno di stelle, in effetti, stiamo osservando una moltitudine di corpi astrali del tutto differenti tra loro per natura, dimensioni, composizione, origine e distanza ma queste sono considerazioni da astronomi, a noi basta avvistare una stella  cadente ed esprimere un desiderio, probabilmente sempre lo stesso da vent’anni.
Alle volte può capitare che un  astronomo abbia scelto di fare le vacanze nel nostro stesso albergo e si piazzi nella sdraia di fianco alla nostra a rimirare lo stesso firmamento e ad erudirci su  sciami meteoritici, sul  limite di Eddington o sull’instabilità di Jeans. A questo punto avremmo un nuovo desiderio da confidare alla stella cadente:  che l’astronomo venga  ricacciato negli abissi della sua scienza dai quali è emerso solo per venire a rovinare uno dei pochi istanti di poesia della nostra vita. 
Eppure sta dicendo il vero, vede ciò che noi  non vediamo e coglie un’infinità di aspetti  a noi invisibili che conferiscono ai corpi celesti caratteri, sfumature, composizioni, essenze e origini del tutto diverse ed  esclusive. E’ come se, di quell’insieme, lui conoscesse i singoli individui che lo compongono,  come se di fronte alla curva dell’opposta tifoseria di un derby  distinguessimo uno per uno i nostri avversari: curva nord, gradinata 2 posto 35, è Stefano Giannetti, ha 31 anni, si è lasciato con la fidanzata la settimana scorsa, dice che non gliene importa invece soffre molto, è venuto allo stadio con suo cugino Francesco Giorgi, una persona molto sensibile che pur non affrontando direttamente l’argomento, ha pensato che gli avrebbe fatto bene uscire a vedere la partita... ecco, Stefano si è alzato in piedi, sta gridando che quello era fallo, è arrabbiatissimo, si sta sfogando, finalmente... e così per ogni gradinata: nomi, cognomi, storia, sentimenti, emozioni di ognuno. Sono tifosi dell’altra squadra ma ora  li conosciamo, non sono più nemici,  li capiamo, alcuni ci somigliano, con altri potremmo diventare grandi amici, sappiamo anche perché hanno scelto di tifare il rosso anziché il blu.
 E’ ovviamente impossibile che si verifichi una cosa del genere, come è impossibile dare un nome, un cognome, una storia, dei sentimenti, sogni, ambizioni, delusioni, amori finiti, ferite profonde, padri,  madri, amici e figli ad ogni venditore di rose, ad ogni vucumprà che rompe in spiaggia, ad ogni faccia scura, capello ruffo e corpo lercio che sbarca da un canotto: per noi sono una massa di estranei, uguali e misteriosi che,  come le formiche, vengono ad invadere le nostre credenze casalinghe, i nostri barattoli di zucchero.
 Anche noi, che prendiamo le distanze e che usiamo la distanza per non invischiarci nella pelle altrui, siamo a nostra volta i distanti di qualcun altro e perdiamo la nostra originalissima identità, storia , biografia, per diventare una categoria: siamo i lavoratori dipendenti, siamo i dirigenti, siamo i disoccupati, siamo i precari, siamo gli esodati, siamo i pensionati, siamo i consumatori, siamo le donne, pronti a passare da una tipologia all’altra a seconda di chi sia l’osservatore che ha necessità di prendere le distanze da noi e da ciò che rappresentiamo.
 In chiave antropologica tutto ciò che ho appena descritto altro non è che una necessaria semplificazione nata dall’ esigenza delle prime società organizzate  di definire i confini fra in-group e out-group, nei fatti si può tradurre in atteggiamenti tra cui il razzismo, l’omofobia, le discriminazioni di genere e l’intolleranza verso categorie sociali percepite come pericolose. 
 La negazione dell’identità individuale porta ad appiattire la personalità fino al punto di convincersi che quella particolare categoria umana non è dotata degli stessi sentimenti e delle stesse emozioni che ci contraddistinguono, tanto che è possibile abusare e violentare senza particolari rimorsi, gettare un’atomica su una città senza pensare all’ultimo sguardo di un bambino, mitragliare a tappeto sicuri di eliminare esclusivamente “nemici cattivi”, realizzare  uno sterminio scientifico e organizzato  come quello di un  campo di concentramento, freddo come la strage di formiche che ci prepariamo a compiere armati di bomboletta raid, facile da nascondere con un colpo di ramazza.
 Nel piccolo, nel quotidiano, nel lavoro, tutto ciò si traduce nell’incapacità di cogliere l’originale umanità di ogni individuo che partecipa all’azienda, l’idea che sia possibile sostituire le persone con la stessa facilità con cui cambiamo l’olio al fritto, l’ignorare che l’imposizione di mutamenti drastici  si ripercuote sulla vita privata di un lavoratore e che la vita privata di un lavoratore si ripercuote  sulla  prestazione,  negare che il benessere si fonda soprattutto su  una percezione positiva di sé e sul  riconoscimento del proprio valore personale e delle proprie attitudini, affermare che la bontà di un operato sia quantificabile solo in  termini di obbiettivi raggiunti, attuando un sistema di incentivo basato principalmente sulla pressione e sull’idea che il personale non è “persona”, tanto quanto non lo è il cliente.
 Purtroppo tali situazioni sono sintomo della decadenza della cultura aziendale, il cui vuoto da luogo ad  aberrazioni comportamentali e a criteri acefali e cristallizzati, spesso applicati in modo meccanico e inconsapevole, che originano principalmente dalla  disumanizzazione del lavoro e dalla distanza ed estraneità delle parti del sistema.
La cultura aziendale è il  carattere, la filosofia, lo spirito e l’impronta che distingue un’organizzazione da un’altra, determina il clima, i rapporti con il  territorio e con la concorrenza,  definisce l’eredità e la continuità con il passato e le linee d’azione utili a garantire il futuro, rende l’azienda riconoscibile, conferendole identità e personalità, influenzando la sensazione di appartenenza dei lavoratori e il rapporto di fiducia con la clientela.
 Le pressioni psicologiche si collocano all’interno di un processo di deriva della cultura aziendale dovuta ad un’ avaria alla quale partecipa un intero sistema di valori. Il risultato è che un’azienda che perde la propria identità, che trascende la propria cultura, non è in grado né di riconoscere l’identità altrui né di generare cultura. Le cause di tale processo sono molte e quasi sempre relative all’incapacità di far fronte ad una crisi o ad una instabilità dell’ambiente per cui l’organizzazione innesca meccanismi di difesa che puntano alla soluzione di un’ emergenza, senza pensare ad una sopravvivenza nel lungo periodo, entrando paradossalmente in una fase di autocannibalismo dove, in un clima di panico, tra tutte le soluzione si sceglie la più irrazionale, quella che penalizza gli stessi elementi dai quali dipende l’intero sistema: il cliente e il dipendente.
 La situazione è simile a quella di un allevatore che vede sopravvivere ad un’ epidemia una sola vacca e per paura di morire di fame la uccide per mangiarla, restando senza vacche, senza latte e senza futuri vitelli.

Il nostro amico astronomo non verrà in vacanza con noi la prossima estate, dice che si annoia a guardare le stelle che cadono perché lui sa che una meteorite non ha mai avverato il sogno di nessuno, lui le chiama per nome le sue meteoriti e alle volte si preoccupa anche che cadano troppo vicine alla sua sdraio.

Elena Pascolini

Magari potremmo diventare amiche


Ape: tu sei delle peggiori!

Libellula: che significa delle peggiori? Io sono una libellula.

Ape: perché hai mangiato il povero Cristoforo? Sei una persona terribile…

Libellula: mi fai ridere! E voi api non uccidete una volta all’anno tutti i vostri maschi?

Ape: non puoi dire una cosa simile! Io non ne ho mai sentito parlare! Non è vero!

Libellula: mi fai proprio ridere, anche tu sei una di quelle che crede  solo a ciò che le fanno credere, ma io ho cose più importanti da fare che stare a chiacchierare con te….

Ape: no! Non te ne andare! Magari potremmo diventare amiche…

Libellula: hai dimenticato che prima stavo per mangiare anche te?

Ape: non ho nessuna paura, ho un pungiglione avvelenato e lo so usare molto bene

Foto di Elena Pascolini

Libellula: si lo so che hai un pungiglione ma forse tu non sai che puoi pungere una volta sola perché se pungi qualcuno anche tu devi morire.

Ape: oh no! Ma è una cosa terribile! Devo proprio morire se pungo qualcuno?

Libellula: così di preciso non lo so….ciao…

Ape: aspetta, ti prego, non andartene! Raccontami degli uomini, è vero che sono creature straordinarie?

Libellula: Vuoi sapere qualcosa degli uomini?
Ti voglio dare un buon consiglio Maia: stagli lontano, sono degli esseri mostruosi…

(tratto da "Le avventure dell'Ape Maia" di Waldemar Bonsels e Nisan Takahashi - 1875)


Sull’avere ragione ad ogni costo, ovvero crepi l’evidenza


Cosa ci piacerebbe cambiare di noi stessi, della nostra vita, del nostro mondo?
Chissà quante volte ci siamo fatti questa domanda  e chissà quanti desideri abbiamo formulato già consapevoli di anelare a mete irrealizzabili, di volta in volta osteggiati dalla natura, dal destino, dal governo, dal vicino di casa, dal figlio, dalla suocera, dalla moglie, finanche dal cane che ci siamo regalati in uno slancio verso l’innovazione estrema.
Bene, riformuliamo la domanda:  quali sono le cose che potremmo cambiare a partire dalla semplice volontà di farlo? La lista si asciuga e le palme in riva al mare assumono i tristi contorni della pianta di basilico che tutti gli anni ci proponiamo di  coltivare e che tutti gli anni muore di sete o viene mangiata dal cane innovatore.  Notiamo al dunque che, una volta censurati  gli alibi, la nostra volontà di cambiamento è veramente  esigua rispetto alle esigenze. Se così non fosse la maggior parte delle persone non incontrerebbe difficoltà a smettere di fumare, a dimagrire, a imparare cose nuove, ad ascoltare di più i  figli, ad arrabbiarsi di meno per cose futili, a non rattristarsi per cose inesistenti, a far germogliare e prosperare la propria pianta di basilico.
 Cosa impedisce alle persone di cambiare anche le più nocive e detestabili abitudini? Perché si arriva a dare spiegazioni fantascientifiche pur di non ammettere che la maggior parte dei cambiamenti dipende esclusivamente dalla propria volontà? La prima risposta che mi viene in mente è che affermare l’esistenza di un coinvolgimento  personale nel processo di cambiamento  condannerebbe  un'altra abitudine a cui siamo particolarmente affezionati: il lamento.
 L’altra risposta è da ricercarsi, molto probabilmente, sul funzionamento del  nostro cervello  e sulla sua evoluzione in direzione della selezione delle informazioni e del rinforzo di comportamenti che si mettono più frequentemente in atto. Il cervello, come ogni altro organo del nostro corpo, se non è volontariamente sollecitato tende a lavorare in regime di economia e a favorire connessioni e processi abitudinari, il paradosso è che spesso questi non generano conseguenze economiche ma una serie di errori che vengono censurati, esclusi o non interpretati come tali per non far cambiare strada ai nostri metodici neurotrasmettitori. Facciamo un esempio molto frequente:  tutti i giorni percorriamo lo stesso tragitto con la macchina per arrivare dal punto A al punto C, il giorno che dobbiamo arrivare dal punto A al punto B ci ritroveremo inspiegabilmente al punto C;  chiaramente  il nostro cervello economico,  in questo caso, non ci fa  risparmiare sulla benzina. Stessa cosa vale per tutte le volte che ci ostiniamo a pensare alla stessa maniera nonostante l’evidenza sia totalmente a nostro sfavore. Spesso ammettere un torto significa rivedere completamente la nostra mappa di certezze, strettamente intrecciate ed edificate l’una sull’altra, dove spesso alle fondamenta c’è già il primo mattone sbagliato. Accettare un proprio errore implica una serie di revisioni e di sforzi cognitivi ai quali non siamo assolutamente né preparati né abituati e paradossalmente è più semplice costruire una teoria bislacca, che tenga in piedi il nostro castello di certezze mal edificate, che buttarlo giù e ricostruirlo da capo. I social network sono terreno privilegiato alla condivisione di significati e notizie e come tali rispecchiano in pieno  sia  i meccanismi collettivi che i processi individuali: il caso della notizia bufala è significativo: il soggetto X condivide una notizia che ha per lui una valenza simbolica coerente e confermante il suo pensiero, un altro soggetto Y interviene e smentisce la notizia attraverso una fonte accreditata, il soggetto X smentisce la fonte accreditata o dichiara che anche se non è vera è verosimile e che è il contenuto è ugualmente  valido e la fonte non ha alcuna importanza  (il che equivale ad asserire  che la notizia esiste non come tale ma  per il solo fatto di confermare quello che io  penso e desidero sia vero).

  Credo vi sia capitato in periodo elettorale di assistere a  un dialogo del genere:
X : voto tizio perché è onesto
Y:  è venuto fuori che tizio non è onesto
X: gli altri sono tutti disonesti e alla fine è comunque il più onesto
Y: allora non dire che lo voti perché è onesto
X: io  lo voto e quindi è onesto

Tutto questo papocchio di finte certezze origina da ciò che viene definita dissonanza cognitiva[1], ossia la discrepanza tra l’idea che ci siamo costruiti di noi stessi e del mondo e le informazioni in conflitto con la nostra necessità di  coerenza: tali informazioni spesso hanno la peggio rispetto alla resistenza al cambiamento e vengono semplicemente eliminate, censurate, ignorate o trasformate. 


In questo periodo non si fa altro che parlare di cambiamento, si attende una rivoluzione che parta dal basso, dalla gente, dai cittadini, si inneggia al nuovo e si spera  in una radicale trasformazione della società, della classe politica e della nazione  e tutto questo sa veramente di avveniristico, riempie di speranze per un futuro diverso da questo presente lacero e depresso, lasciato a seccare sul balcone e infine divorato dall’annoiato cane di  generazioni di  indefessi,  metodici,  coltivatori di  abitudini.
Largo al cambiamento dunque! Sempre che non parta da noi.
Elena Pascolini



[1] Da “Teoria della Dissonanza Cognitiva” di Leon Festinger  ed. Franco Angeli 2001

Potrebbe andare peggio, potrebbe essere estate


Non esco a pranzo, sto ancora un po’ qua con la scusa delle penne, le mettiamo tutte bene se no non si trovano più, non si trova più la pinzettatrice, non si trovano più le graffette e non si trovano più i post -it e non dobbiamo perdere niente perché si deve risparmiare: il risparmio parte anche dalle piccole cose.

Oggi è freddo ma potrebbe andare peggio, potrebbe essere estate.

Le stagioni sono  film  che vedo dietro questi grandi vetri che sono il simbolo della nostra trasparenza.

 Da qui controllo    ogni forma di vita, so il tempo esatto che ognuno impiegherà a percorrere il tratto di strada dal momento in cui lo vedo comparire: conosco il passo del vecchio che crede di andar veloce e invece è quasi fermo,   conosco la sua presupponenza nell'attribuirsi  un diritto di precedenza, conosco il suo binario a senso unico  che marcia in controsenso tra la folla e  il mondo che lo travolge come se fosse salito sulle scale mobili al contrario. 
Avrà un fondo pensione? Dove terrà il conto corrente?
E’ un tipo da libretto di risparmio delle poste. Cretino. Entra dai che è caldo qua, ti faccio un conto corrente senza spese e vediamo di cavare quei due spicci da sotto il materasso e di investirli per il tuo futuro.
Il  segreto è dare ad ognuno ciò che gli manca: ai vecchi bisogna dare il futuro ….  Qualche giorno fa ho venduto titoli a scadenza a una di  85 anni, faccio due conti e le dico che fra trent’anni  non doveva più pensare a niente…  quasi la invidiavo. 
Già,  il risparmio parte dalle piccole cose.

Passa  la donna con bambino in passeggino:   sempre impelagata in qualche manovra impossibile, sempre a ravanare dentro ad una borsa piena di amorevoli cure, sempre con un espressione da santa martire della procreazione. Qui la natura ha fatto un grave errore:  vorrei che ci fossero più uomini col bambino in passeggino, con loro  riesci a parlare del bene dei loro figli, di cosa significa costruire un futuro con interessi al 2%, le madri invece pensano solo a scarozzarseli   in mezzo agli scappamenti delle macchine fino al giorno in cui torneranno al lavoro e troveranno la sedia ancora calda o non ci torneranno più e potranno trascorrere il tempo a rinfacciarlo ai  figli. Ma guardala! Entra madre sciagurata! Non vedi che tuo figlio ti sta chiedendo il conto baby investiment e gli regaliamo anche una calcolatrice primi tassi!  Cara mammina, il risparmio parte anche dalle piccole cose.

Quello che impiega meno tempo da un lato all’altro del vetro è il corridore della 24 ore.  Alle volte sparisce, alle volte ricompare qua dentro e corre a sedersi davanti a me, oppure resta in piedi correndo sul posto. Sa sempre qualcosa in più di me, dubita su tutto, un amletico cartesiano che vorrei invitare a sedersi al posto mio e a farsi le operazioni da solo.
Vorrei che anche lui capisse che il risparmio parte dalle piccole cose.

S’è fatto tardi, s’è fatto veramente tardi  ma io resto ancora un po’, devo selezionare qualche circolare da portarmi a casa, così leggo qualcosa prima di andare a dormire.


La fortuna è che quando esco la strada è deserta, sono tutti nelle loro tane a contare le monetine che servono per giocare il grattaevinci.

© Copyright 2013 Davide Bonazzi  www.davidebonazzi.com
  La città non esiste, lo spazio e i luoghi sono solo percorsi di umidità e riflessi, è la distanza che manca per arrivare in stazione, è una bolla d’aria tra il vetro dell'ufficio e quello della mia finestra.

Vicino alla stazione rallento sempre il passo, ho voglia di perdere il treno e restare nel limbo ocra della sala d'aspetto, dove è lecito essere un corpo umano appoggiato e dimenticato, come gli ombrelli che alle volte sembrano felici  nelle loro posizioni oblique.

Non voglio tornare a casa, non ho voglia di pensare  a tutte le volte che qualcuno non ha aperto il conto o non ha investito dove gli ho detto io, non ho voglia di pensare ai prodotti invenduti che non venderò neppure domani e a quelle ombre dietro al vetro che non entrano, passano e spariscono. 
Non voglio affogare anche sta sera tra lenzuola fiorate e sensi di colpa.

Almeno per un giorno vorrei essere  un ombrello.  


Elena Pascolini

Non parliamo di cose brutte per favore



Omnia fert aetas
Il tempo porta via tutte le cose
(Virgilio)

Chi crede che non si debba parlare apertamente della morte non legga questo articolo.

Io  credo che sia impossibile vivere senza aver approfondito l’argomento. A parte l’esperienza diretta e personale, non c’è nessuna istituzione, scuola o gruppo informale dove  si possa affrontare il discorso senza sollevare censure in forma di  scaramanzia, luoghi comuni, retoriche più o meno teosofiche o negazioni metempsicotiche. 
 Ciò avviene soprattutto nel mondo occidentale, gli altri non si fanno tutti questi problemi.

Se qualcuno è arrivato a leggere fin qua ha superato già molte barriere e pregiudizi e lo ringrazio, ma soprattutto lo tranquillizzo: non ho nessuna intenzione di parlare di morte, anzi, voglio parlare di immortalità.

L’Occidente ha fondato la sua incredibile forza culturale e capacità di condizionamento e di omologazione dei valori su un unico concetto: l’illusione dell’immortalità. L’avvento del cattolicesimo è stato provvidenziale in un mondo ad un passo dalla decadenza che non chiedeva nulla di più che  convincere e convincersi che il meglio doveva ancora venire. Da più di un millennio l’Occidente si fonda su questo unico e illusorio dogma: l’uomo è immortale; il risultato è che questo messaggio, funzionale alla conservazione dei beni materiali, al trasferimento del denaro, all’investimento, alla produzione e all’accumulo di beni, ha vinto su tutto e la maggior parte delle persone  pensa, decide, si muove, sceglie, lavora, come se non dovesse morire mai, dedicando la maggior parte del proprio tempo ad attività di possesso  e salvaguardia di proprietà, convincendosi che anche i valori privati e intimi siano negoziabili e  degni della stessa manutenzione che si dedica ad un auto.
 E’ molto doloroso comprendere che il tempo è poco e che quel poco è messo per lo più a servizio di un macrosistema che ha poco riguardo per le sue particelle ma che ha molto interesse a sopravvivere, in quanto composto egli stesso da persone illuse di essere immortali.  Questa è la ragione per cui ci hanno insegnato che non si deve parlare di morte e che tutto ciò che c’è di veramente bello e giusto potrà essere fatto a tempo debito: in un futuro infinito, dove finalmente potremmo dedicarci alle persone care, a giocare con i nostri bambini, a dire cose belle a chi vogliamo bene, a fare una passeggiata quando c’è il sole, ad avere tempo per la noia, per gli amici, per i ricordi, per la pazienza, per il dolore, per la gioia e per la vita in sé.
  Se si potesse parlare liberamente della morte come si parla e straparla di politica, di calcio e di crisi saremmo tutti più felici e ci godremmo in santa pace la nostra vita, certi che il tempo perso non è quello che passiamo senza produrre denaro, ma quello che passiamo senza pensare a tutto ciò che stiamo perdendo mentre guadagnamo. 
E' troppo tardi però per smitizzare questa illusione di immortalità e cominciare tutti a parlare allegramente di morte: arrivati a questo punto sarebbe troppo doloroso, sarebbe troppo traumatico comprendere una volta per tutte che ciò che ogni giorno perdi in nome dell’immortalità del macrosistema non tornerà mai più e che il paradiso del tempo perduto è drammaticamente vuoto.
Se qualcuno è arrivato a leggere fino a qua ha dimostrato di avere un po’ di tempo da perdere, ma soprattutto concorderà con me  che è una pessima cosa parlare di morte e che le poche volte che se ne parla serve solo a confermare che sono sempre gli altri a morire.

Elena Pascolini

Letture consigliate :

Il libro tibetano del vivere e del morire
Sogyal Rinpoche, Ubaldini Editore, Roma

Come l’uomo inventò la morte
Timothy Taylor, Newton Compton

http://www.sipuodiremorte.it/
Marina Sozzi







Le 10 cose che i poveri non vorrebbero fare e che i ricchi si vantano di fare


1. Cucinare

2. Fare marmellate, conserve di pomodoro e altre robe che vanno nei barattoli

3. Andare in bicicletta

4. Fare figli

5. Coltivare l’orto

6. Mettere vestiti usati

7. Votare sinistra

8. Curarsi con i rimedi della nonna

9. Vivere in campagna

10. Vedere l’alba 

Le 10 frasi che mettono tutti d'accordo contro di te




Un errore dell’ospite inesperto è quello di invitare nella stessa occasione persone molto diverse fra loro, solitamente si tratta di un sbaglio che fonda su un nobile obbiettivo: la speranza che nasca un confronto di opinioni, uno scambio di valori, magari anche un dibattito e, perché no, nuovi argomenti che salvino dall’elenco compulsivo di luoghi comuni (intesi sia in senso figurato che letterale). Tale scelta è sempre fallimentare e genera per lo più imbarazzanti silenzi. Per risolvere la serata l’ospite ha il dovere di stimolare la conversazione e incoraggiare la sintonia e la concordia tra gli invitati, il metodo più semplice è mettere tutti d’accordo contro di te.

1)    non voto dal 1999 e non voterò mai più perchè i fine settimana che si vota c'è quasi sempre il sole

2) non leggo più un libro dai tempi delle superiori, guardo solo la tv possibilmente senza audio
 
3) Papa Wojtyła era un assassino che predicava agli africani di non mettere il preservativo a ritmo di canzoncine becere, almeno Ratzinger è un uomo di cultura

4) mi fa schifo lavorare e credo che smetterò, tanto posso permettermelo
5) fanno bene a tagliare i fondi per la cultura, tanto in Italia non gliene frega niente a nessuno e alla maggior parte gliene comincia a fregare solo quando tagliano i fondi

6) le peggiori abitudini e mali della nostra società sono appresi in famiglia, i politici sono solo il risultato di brutte famiglie, se ti guardi bene in torno la maggior parte delle persone che ti circondano sono peggiori dei politici

7) essere socialmente impegnata per me equivale ad avere un invito a cena da amici

8) le donne non sono assolutamente più intelligenti degli uomini, hanno altri modi per dimostrare la stupidità e te la fanno passare per sentimento

9) il calcio è il diretto erede dei giochi gladiatori, con l'unica differenza è che quelli che stanno in campo hanno un sacco di soldi e se la passano bene, quelli che guardano sono dei poveracci che s'ammazzano fra loro 

10) l'essere umano ha concluso il suo ciclo vitale, è ora che si estingua a favore dei ratti